CRONACHE DI SUBACQUEI DI SUPERFICIE -
Questo blog nasce dal desiderio di condividere le sensazioni, le emozioni, nate da una passione, la subacquea ricreativa. Differenti voci ed esperienze, come diverse sono le nostre formazioni e il nostro vivere il mare. Ci accomuna l’amore per il mare, il rispetto per la natura, il desiderio di diffondere la cultura della sicurezza. https://subacqueodisuperficie.blogspot.com/2018/10/eccoci-quinoi-perche-subacquei-di.html
Son passati mesi dall'ultimo post fatto
qui nel blog, tante cose sono successe, situazioni cambiate, la vita
è un fiume che a volte scorre tra i sassi ed altre invece tutto
copre e travolge, il tempo da dedicare si era rarefatto e detto anche
onestamente vi era poco da raccontare che già non ribadisse quanto
già scritto. L'ultima edizione dell'EUDI SHOW a Bologna, non ha
riscosso assai probabilmente il successo che era nelle intenzioni
degli organizzatori, diciamoci la verità, se di sabato giri tra gli
stand senza spintonare o perderti in un ingorgo a piedi vuol dire che
di gente ve n'è venuta poca. La prova del nove e stata lo
spostamento della data ad Ottobre dell'anno successivo (2024, che
avrebbe coinciso con il salone della Nautica, accumunando i più
volti della passione per il mare) cancellando la data con un
preavviso piuttosto discutibile e spostandola a Febbraio 2025. Anche la giustificazione di riavvicinare la data a quella usuale mi sembra più una foglia di fico.
La subacquea italiana è in crisi, Ma
va! Davvero? Non se ne era accorto nessuno! Ci guardiamo tra noi nei
Diving e le facce sono quasi sempre le stesse, certo non sono più i
gloriosi anni 90-80', ma il ricambio generazionale langue...diamo la
colpa ai tassi di de-natalità? Nel Frattempo Acqualung chiude gli storici impianti di produzione in Liguria e lascia tutti a casa per trasferire la produzione altrove.
L'epidemia e le restrizioni date
dall'Emergenza Covid-19 ha dato sicuramente una bella mazzata ma
anche quello che è successo dopo non ha scherzato.
Faccio ampio riferimento ad un aumento
smodato dei prezzi di prestazioni e materiali riguardanti non solo la
subacquea, che ha fatto sì che raddoppiassero in alcuni casi quasi a
voler recuperare i mesi precedenti di mancati introiti, subito dopo
la crisi Ucraina e il caro energia, li ha fatti continuare a salire
ulteriormente.
La spia della situazione, personalmente
l'ho osservata sulle piattaforme di vendita seconda mano on-line dove
un sacco di gente vuoi per fine entusiasmo, vuoi per altre priorità,
vuoi per aumento di costi ha cominciato a disfarsi delle proprie
attrezzature, parallelamente però anche i prezzi dell'usato, non sono
scesi rispetto alla mole di quanto immesso sul mercato del riuso.
Altra cosa che ho notato è l'aumento
dei sub tecnici nei siti di immersione da terra, che non prevedano
ulteriori pagamenti a Diving o Barcaioli, sinceramente non ricordavo
di averne visti così tanti in passato.
Parate di Rover, Stage decompressivi,
Bibo e Rebreather impensabili sino a qualche anno fa e si che
ossigeno ed elio non li regalano di sicuro oggi
E la subacquea ricreativa? Quella fatta
di mute umide, bombola e gav senza sacco posteriore e piombi in
cintura? Che fine a fatto?. Anche qui qualche sparuta faccia nuova,
ma molti di più di “Noi” con le nostre attrezzature consunte e
l'aria stanca ma soddisfatta di quella strana eccitazione che non
aspetta altro che la superficie per ridare voce alla parola, alla
condivisione dell'esperienza.
In ferie, in Sardegna, ho potuto
osservare in alcuni siti che la gente certo non mancava, ma, eh si
c'è un “ma”, erano per lo più stranieri.
La mia prima immersione come
neobrevettato Open Water fu una sorpresa, ne ho già parlato qui sul
blog qualche tempo fa, fu sul relitto della Eurobulker IV, un cargo
carbonifero affondato al largo dell'isola di S.Pietro sopra una secca
di 18 metri.
Chiunque si sia immerso su un relitto
lo sa, si prova una sorta di suggestiva emozione, spesso perchè
quei relitti sono anche l'ultima testimonianza di chi in mare vi ha
perduto la vita.
C'è poi chi dell'esplorazione e della
ricerca di questi relitti ne ha fatto la sua ragione di vita, non per
denaro, o tesori, ma per vivere delle emozioni.
Sabato 25 Febbraio 2023, ad Empoli in
Loc. Avane, presso LA VELA Area Margherita Hack, l'associazione
G.E.A.S. ha organizzato un incontro con Andrea Bada , un sommozzatore
professionista, che ha presentato alcuni filmati di relitti siti in
immersioni profonde da lui e il suo Team, “Techdive Explorer Team”
nel nostro Mediterraneo.
Sala piena, tante facce conosciute, e direttamente da quel di Calafuria, tra questi i nosti Salvatore,
Yuri, Enrico (ancora bagnati dall'immersione del mattino) e Matteo , Michele e Pippo .
Ha aperto il pomeriggio Sandro
Matteucci, presidente di G.E.A.S. Ricordando che prossimi al 35°
anniversario della fondazione dell'associazione si è voluto dare
lustro alla ricorrenza organizzando appuntamenti come questo.
Dopo è stata la volta Di Marco Lemme,
Presidente F.I.A.S che ha ricordato come realtà associative come
questa empolese, servono non solo a portare avanti i valori del
nostro sport, ma anche a favorire una certa socialità e senso di
appartenenza.
Dopo di lui è intervenuto Maurizio
Bertini che si è adoperato per mettere in contatto Andrea Bada con
l'associazione al fine di rendere possibile questo incontro con il
pubblico.
Interessante tra gli altri l'intervento
della Dottoressa Pamela Ciuffo in qualità di Psicologa del gruppo
Techdive, che ha spiegato come il nemico peggiore di un sub, specie
in queste imprese, sia l'ansia, come sia vitale riuscire ad elaborare
e allenare non solo il fisico ma anche mente e stato emotivo, senza
mezzi termini ha affermato che mentre per u immersione ricreativa un
attacco di ansia può essere gestito, a 130 metri di profondità non
c'è nulla da gestire se non si è fatto un certo lavoro prima,
semplicemente “sei morto”.
Prima dell'intervento dell'ospite della
manifestazione, Umberto Giorgini del DAN, ha illustrato brevemente un
caso in cui la tempestività nel soccorso ha fatto la differenza e
come opera il Dan in questi casi, a cui ha seguito un intervento di
elogio dell' Assessore allo Sport Fabrizio Biuzzi.
A questo punto rotto ogni indugio, ha
preso la parola Andrea Bada, chiarendo subito alcuni punti.
Lasciate che vi dica alcune cose, forse
anche a voi sarà capitato di andare a qualche conferenza e vedere
qualcuno che si gigioneggia e a cui manca solo che apra la ruota come
un pavone, ecco non aspettatevelo da questo ragazzo.
Per prima cosa ha tenuto a spiegare che
per quello che fa non è assolutamente un superuomo, ma che anzi
confrontarsi con il mare gli ha restituito un senso di grande umiltà,
che malgrado le sue ricerche per forza di cose lo spingono a
profondità elevate, non è per questo che lo fa e che la profondità
è richiesta e definita dall'obiettivo che si intende raggiungere,
sebbene un limite se lo sia autoimposto comunque, “solo...- 180
metri”, spiegando che questo limite operativo è dettato
dall'impossibilità con un attrezzatura che non sia da palombaro di
gestire un immersione con le sue finalità.
La preparazione atletica e mentale sono
basilari come uno stile di vita sano e corretto.
Quali sono queste finalità? La
ricerca, la riscoperta (ritrovamento) e l'identificazione dei
relitti, cosa tutt'altro che semplice.
Prima ancora che entrare in acqua, il
lavoro di ricerca è fatto di una minuziosa raccolta di documenti,
testimonianze, fotografie, filmati, insomma tutto quello che può
essere utile ad individuare le peculiarità del relitto che si
ricerca, solo allora e solo dopo si inizia la ricerca vera e propria,
che è fatta di tentativi mirati, ma pur sempre tentativi e di un
lavoro di squadra in cui ogni ruolo ha un importanza cruciale, da chi
fa assistenza in superficie a chi fa riprese e chi segue con un filo
di Arianna chi sta documentando sul fondo con foto e video.
Questo Andrea lo ha ribadito più e più
volte, come uno dei punti più importanti.
TA-23 (ex
R.N. IMPAVIDO)
Una volta trovato e documentato il
relitto, si passa all'identificazione, ed è qui che entra in campo
Claudio Grazioli, appassionato di Storia nel senso più genuino del
termine, sulla base di schizzi, fotogrammi, posizione geografica
tenta un identificazione del relitto, dando un nome a scafi che sono
da decenni nell'oblio dato dalle profondità del mare.
Emblematico è stato il doppio racconto
di Claudio e Andrea sul ritrovamento ed identificazione dell'aereo
fantasma di Punta Manara, un P47 Thunderbolt alleato, abbattuto
dalla contraerea tedesca e mai ritrovato sino alluglio del 2021 ( Vi invito a clickare sui link a fondo pagina).
Questo fanno Andrea Bada e il suo Team,
restituiscono a noi in superficie, quello che il tempo e il mare
hanno nascosto, documentando, e lasciando tutto così come lo hanno
trovato con profondo rispetto.
Da anni il Team collabora con
l'Istituto Idrografico Militare, joinventure che ha portato mutui
benefici ad entrambe le parti, colmando spesso i buchi nella
narrazione storica di molti eventi bellici.
Come l'affondamento del TA-23 (ex
R.N. IMPAVIDO), unità italiana requisita il 16 settembre del 1943 e
incorporata nella Kriegsmarine (Marina Militare tedesca) il 9 ottobre
1943, assunse il nome di TA 23. Nel gennaio 1944 la
torpediniera fu dislocata a La Spezia, in seno alla X Flottiglia
Torpediniere. Un destino molto comune a tanto naviglio catturato,
riconvertito e impiegato dai tedeschi che avevano poco naviglio di
superficie nel Mediterraneo. Il relitto della TA 23 giace su
fondali di 70 metri, spezzato in tre tronconi, ad una decina di
miglia da Cecina e ad una distanza circa doppia dalla Capraia. Il
troncone poppiero, il più lungo (oltre metà della nave) giace in
posizione capovolta, quello che include la plancia è adagiato su un
fianco ed angolato di 90° rispetto al precedente, mentre il terzo
troncone è costituito dall'estrema prua. Nello specifico Andrea e
Claudio hanno spiegato come furono fondamentali l'identificazione
delle bombe di profondità di chiara fattura tedesca e dell'armamento
di bordo, per dare un nome a ciò che avevano ritrovato.
Durante la seconda guerra mondiale,
prima e dopo l' 8 settembre 1943, i tedeschi requisirono e
riconvertirono molto naviglio di superficie dai paesi occupati,
Francia, Grecia ed Italia, il caso del UJ2206 (ex peschereccio
francese Saint Martin Legasse, 14/02/43-03/11/43) è uno di questi,
anche qui documentato, ritrovato e identificato dal team di Andrea
Bada a nord delle Formiche di Grosseto.
Ultimo, ma non ultimo, il ritrovamento
del sommergibile Velella che detiene il triste
primato di essere stato l'ultimo
sommergibile italiano perduto nella guerra contro gli Alleati:
nell'ambito del «Piano Zeta», di contrasto al previsto sbarco
anglo-americano in Calabria o Campania, lasciò Napoli il 7 settembre
1943, e da quel giorno non diede più notizie di sé. Il 13 maggio
il 2003 il relitto del Velella
è stato individuato a 8,9 miglia da Punta Licosa a circa 138 metri
di profondità, ma dovremo aspettare sino all'agosto del 2022 perchè
una spedizione di Andrea Bada ed il suo Team, riesca a raccogliere
dati sufficienti per un identificazione certa del relitto. Sebbene
intuibile dai rapporti sull'affondamento, oggi i familiari dei 55
marinai sanno dove riposano i loro cari, Il relitto del sommergibile
Velella, con tutto il suo equipaggio, è adagiato sul fondo del mare
a 140 metri di profondità .
Lo spazio per le
domande è stato scarno, non tanto per il tempo a disposizione e men
che mai per la disponibilità di Andrea e del suo Team a rispondere
al pubblico, ma semplicemente, credo, che alcune immagini, ti lascino
con un senso di assoluto stupore e ti fanno sentire infinitamente
piccolo e annichichilito da quel “tanto, troppo” che si nasconde
sotto la superficie e che il “Techdive Explorer Team” appena può
scalfire...eppure tanto basta.
Io come molti altri
di voi che leggete, non scenderò mai a queste profondità, accetto
con umiltà i miei limiti, questo però non mi impedisce di ammirare,
chi con preparazione adeguata scende e permette anche a me di vedere
cosa cela il sesto continente.
Tuttavia l'Ospite ha
chiarito che non è cosa per tutti, ci vuole molta dedizione,
allenamento e spirito di sacrificio, ma sopratutto, tanta, tanta,
tanta, tanta umiltà, ribadendo l'ovvio, il mare non è il nostro
ambiente, ogni volta che scendiamo sotto, non importa quanto,
commettiamo nei confronti del nostro corpo, una piccola violenza,
essere consapevoli che siamo degli ospiti sta alla base del rispetto
che dobbiamo avere per il mare.
Granzie ad Andrea Bada, G.E.A.S. e il “Techdive Explorer Team” tutto per le emozioni che ci avete regalato in questo sabato pomeriggio.
Chiudo con una News: Dopo aver vinto inaspettatamente il Paladino d'Oro nella 41esima edizione dello Sport Film Festival Internazionale di Palermo, a breve uscirà un lungometraggio di Andrea Bada sulla rete a pagamento Sky e una serie sui cacciatori di relitti in chiaro su Realtime, che vi invito a non perdervi.
Questo pezzo apre l'esordio di Matteo Stanzani che da questo inserto comincerà a collaborare con il Blog, non perdo altro tempo e lascio la parola a lui.
Salve a tutti oggi parliamo di una Location davvero unica nel suo
genere in tutta la nostra penisola si trova nell'invaso idrico di
Capo D'Acqua (Comune di Capestrano) in provincia dell'Aquila.
Incastonato nel Parco nazionale del Gran Sasso, a circa un centinaio
di chilometri da Roma, è possibile immergersi per ammirare i resti
di due mulini medioevali. La ragione dell'opera idraulica trova
necessità nel bisogno irriguo dei terreni circostanti. Nato tra le
antiche linee di confine del regno Borbonico, Stato pontificio e
Capestrano (per diverso tempo sotto la signoria di Firenze), la zona
consta di 12 chiese edificate lungo la linea di transumanza degli
allevatori, che si muovevano con il bestiame da e verso la Puglia.
Tali opere furono realizzate dall'Ordine dei Cavalieri Templari, su
disposizione del Papa Celestino V al fine di favorire lo scambio
delle merci, offrire un riparo e mitigare gli scontri tra le
popolazioni locali, piuttosto frequenti all'epoca.
L'immersione che ci si accinge a
compiere sotto questo specchio d'acqua di un colore turchese, sarà
nella fredda acqua sorgiva, che consente una trasparenza
inimmaginabile. Pinneggiando si arriva al primo mulino (stando ben
attenti a stare alla giusta distanza dal fondo). L'impatto visivo
riesce ad impressionare anche i subacquei più girovaghi del mondo.
La sensazione è quella di vagare nella Storia e nel Tempo! Il primo
mulino è quello che si è conservato peggio, tuttavia si può
agevolmente individuare tutto il perimetro della struttura e i
muretti a secco. Passando al secondo si può notare gli archi di
pietra e le pareti con un masso incastonato avente un foro passante,
dove venivano legate le cavalcature.
Un percorso sicuramente
suggestivo, un piede nella storia (o una pinna, fate voi), tanto che
alla fine dell'immersione si continua a guardare e girellare nel sito
nonostante il freddo, sospesi nell'atmosfera liquida di un posto
magico.
Matteo “Masdepaz” Stanzani
Per anni ero stato vittima della “Maledizione di
Capo d'Acqua”, ogni volta che si programmava quel tuffo capitava
qualcosa che mi impediva di andarci, il che era diventato un bel po'
frustrante, al punto da metterci quasi, con una sorta di fatalistica
rassegnazione, una pietra sopra.
Potete quindi capire quindi, quando a margine della
stagione estiva, Matteo mi chiama al telefono e mi dice che si
vorrebbe organizzare un uscita a Capo d'Acqua (AQ) e se la cosa
poteva interessare qualcuno del nostro gruppo, non riuscì a
terminare la frase che avevo etusiasticamente già accettato.
Ma cos'è Capo d'Acqua? Dovete sapere che nel parco
nazionale del Gran Sasso,
a 180 chilometri da Roma, e una quarantina dall'Aquila, c’è un
piccolo lago artificiale
che è entrato nella classifica dei migliori
posti al mondo dove fare immersioni. Alle pendici
occidentali del Monte Scarafano, le acque delle sorgenti di Capo
d'Acqua sono invasate in un bacino artificiale collegato ad un
sistema di irrigazione che alimenta una centrale idroelettrica che
alimenta una stazione di pompaggio che convoglia le acque dell'invaso
verso i Comuni siti a quote più alte per fini agricoli/irrigui. Le
sue acque fredde e cristalline arrivano dalle fonti da cui prende il
nome: sorgenti di Capo d’Acqua. Il bacino artificiale nasce nel
1965 dopo la realizzazione di una diga costruita per sbarrare il
corso del Tirino e per convogliare l’acqua nei campi dove si
coltivava il grano. La suddetta diga nata per sbarrare il corso
superiore del Tirino, poco più a valle delle sue sorgenti, in
prossimità della omonima frazione di Capestrano (Caput Aquae). Il
bacino è alimentato da numerose sorgenti naturali immettono nel
bacino continui flussi di acqua fresca e limpidissima che
confluiscono a valle nel Tirino. Tuttavia questo da solo non spiega
perchè questo piccolo lago di altura è stato definito nel panorama
turistico internazionale, la “piccola Atlantide d’Abruzzo”.
L'area era intorno al 1100' sotto l'influenza dei
Medici, già signori di Firenze, nel sito dove oggi troviamo il Lago
artificiale esisteva anticamente un mulino appartenuto alla famiglia
Verlengia di Capestrano, e un colorificio costruiti in prossimità
della sorgente di Capo d'Acqua. Il colorificio è oggi ancora
visibile in superficie, mentre il mulino di circa 400 mq, in buono
stato di conservazione, (salvo i danni riportati nel terremoto
dell'Aquila che ha fatto crollare un arco) è completamente immerso
nell’acqua cristallina del lago ed è caratterizzato dalle antiche
tecniche murarie costruttive tradizionali. Di grande impatto sono i
resti di due arcate murarie e le piattabande in legno di porte e
finestre. Il complesso è costituito da due mulini distinti,
realizzati in epoche differenti anche se relativamente vicine nel
tempo. Più vicino alla sorgente è presente un altro mulino più
piccolo, probabilmente un ampliamento dell’altro. Intatto è il
selciato dei viottoli antichi che un tempo veniva percorso dai
contadini con il loro carico di grano. Il sito sommerso, ha un che di
affascinante e misterioso, la bassa temperatura delle acque, restando
costante intorno ai dieci gradi tutto l’anno, impedisce il
proliferare di alghe e piante lacustri e garantisce un'ottima
visibilità, eccezione fatta per la strafificazione dei semi di
salice che anno dopo anno affondando nell'acqua hanno creato una
coltre sul fondo che è meglio non smuovere. Va detto però che
anche quando questo malauguratamente accade si sedimenta piuttosto
rapidamente.
La profondità massima è di circa 9 metri, la
visibilità arriva anche a 70, il che aggiunge un senso di irrealtà
a questo luogo che sembra congelato nel tempo. L'acqua cristallina e
la realativa vicinanza delle rovine alla superficie, riflettendole in
una sorta di cielo al contrario, mi ricordano alcuni lugometraggi di
animazione di Hayao Miyazaki
. L'immersione in sé dura poco più di 35/40 minuti, ma le emozioni
che trasmette non vi abbandoneranno più. L'immersione è piuttosto
semplice, ed è aperta a subacquei di qualsiasi livello purchè
muniti di brevetto, ovviamente si deve avere l'accortezza di seguire
le disposizioni dell guide rimanendo a debita distanza dalle rovine
e dal fondo del lago. Per quel che riguarda l'attrezzatura io
consiglio la muta stagna o una buona semistagna con sottomuta,
sebbene Francesco e Francesca, del nostro gruppo abbiano
coraggiosamente sfidato il lago in umida (era il 9 ottobre del
corrente anno) senza riportare danni. Per quanto riguarda gli erogatori è sufficiente un
Octopus, ma avere anche delle degli adattatori da Din a Int per l'attacco bombole non guasta. Il mio consiglio è quello di
organizzarvi un bel weekend che comprenda non solo l'immersione nel
lago, ma anche nella spendida natura incontaminata che circonda
questa piccola perla, fidatevi non rimarrete delusi dall'accoglienza
e dalla cucina locale che è già da sola un esperienza positiva che
non dimenticheremo facilmente (neppure le nostre mute). Questi luoghi
erano l'ambientazione originale della storia di “Ladyhawke” e in
parte da queste parti furono girate alcune scene del film del 1985
diretto da Richard Donner con Matthew Broderick, Rutger Hauer e
Michelle Pfeiffer; vi segnalo inoltre che nel Parco Nazionale del
Gran Sasso e Monti della Laga, immerso in una natura
incontaminata vi è anche un grande patrimonio di vasto
interesse archeologico (ricordiamo il GUERRIERO di Capestrano).
Alla fine si
riparte per tornare a casa con un esperienza in più e devo dire a
malincuore vista l'accoglienza ed i luoghi che meriterebbero
decisamente più tempo, ma è soltanto un arrivederci mi sa.
La fine di Agosto-inizio
Settembre può essere ancora un ottimo periodo per fare qualche bella
immersione nel Sud Sardegna, è il mio periodo preferito a dire il
vero, finiti i grandi esodi turistici si respira un po' di quell'aria
familiare che vivevo da bambino quando riuscivo a passare ben tre
mesi di ferie dai nonni a Sant'Antioco.
Ho conosciuto il Diving
Center di Chia qualche anno fa, quando in pieno periodo Covid, con
poco tempo a disposizione, cercavo un Diving per fare qualche tuffo a
fine stagione.
Sant'Antioco ormai non ha
più Diving da qualche anno sull'isola, il che mi ha spinto a dovermi
spostare sull'isola di San Pietro diverse volte, belle immersioni che
ho anche documentato qui sul blog, ma per niente agevoli per me come
trasferta, malgrado la distanza non certo grandissima, a causa dei
collegamenti tra Calasetta e Carloforte, orari e disponibilità.
Sebbene Chia sia ad un ora
di strada da Sant'Antioco, muovendomi in auto, mi rende decisamente
più libero di gestirmi non dovendo sottostare ad orari e
disponibilità dei traghetti che collegano le due isole.
Davide Morelli
Conobbi Davide Morelli, il titolare del "Diving Center Chia", circa tre anni fa e mi fece subito una buona impressione, nei due
anni a succedere, sempre di corsa (nonostante le ferie) e il poco
tempo, sono tornato a Chia per immergermi. (vi rimando al video
editato su Youtube delle immersioni dell'anno scorso
https://youtu.be/08hq-s_U00A).
Quest'anno ho deciso di
festeggiare il mio compleanno e quale modo migliore di farlo se non
con un immersione?
La giornata si presentava
con un cielo tendente al coperto, ma con il vento quasi in bonaccia,
cosa piuttosto rara da queste parti, quello che ancora non sapevo era
che proprio questa condizione così perfetta mi avrebbe permesso un
esperienza inaspettata.
Il sito dell'immersione
era la Secca di Chia, prospiciente la spiaggia di Cala Cipolla, si
tratta di un “cappello” sui 20 metri circa di profondità che
digrada di poco intorno ai 25 metri.
Le immagini che vedete
allegate sono estrapolate dai video della GoPro, visto che la
custodia della macchina fotografica si è allagata.
Mi ero già immerso nelle
acque di Chia altre volte come già detto in precedenza, ma nulla mi
aveva preparato al volume di quello che avrei visto.
Neppure eravamo scesi
sull'ancora, che la prima scena che si mostrò ai miei occhi fu un
inseguimento, tra uno Scaro maschio (Parisoma Cretense) di grossa
taglia e una Donzella pavonina (Thalassoma pavo) anch'essa adulta e
maschio, ma come lo sguardo si distoglieva era un tripudio di vita.
Non facevo in tempo a provare a riprendere qualcosa che Luca, la
nostra guida, indicava qualcos'altro: Polpi (Octopus Vulgaris),
banchi di sparidi di ogni tipo ( Sarago maggiore, Sarago fasciato,
Occhiate, Orate, Dentici, solo per citarne alcuni), una murena
(Murena helena), le onnipresenti Castagnole (Chromis chromis) sia
nella loro forma adulta che si avanotti blue elettrico, Donzelle
(Coris julis) e ancora perchie (Serranus cabrilla), Sciarrani
(Scriarranus scriba), Tordo pavone (Symphodus tinca), Scorfano rosso
(Scorpaena scrofa) .
Non potevano mancare
ovviamente qualche Cernia bruna (Epynephelus marginatus).
Non credo di esagerare
dicendo che un simile tripudio di vita l'ho trovato solo nell' AMP di
Portofino; sebbene il mare fosse relativamente calmo si avvertiva
comunque una debole risacca la sotto, mentre mi stavo spostando la
mia attenzione da una grossa Vacchetta (Peltrodoris atromaculata) ad
una piccola aragosta di cui avevo intravisto le antenne e smadonnando
tra me e mè per il gesto istintivo di puntare la fotocamera, subito
riportato dolorosamente alla realtà dall'acquario che c'era dentro
lo scafandro, ho sentito uno strano rumore, come una specie di
musichetta. Istintivamente ho portato lo sguardo al mio computer, ma
lì era tutto tranquillo, ho cercato con lo sguardo intorno a me, ma
non ero relativamente vicino a nessuno dei miei compagni.
L'immersione continua, un
orata con la coda smangiata da un morso mi passa poco lontano, Luca
segnala nuovamente un avvistamento nel blu, mi avvicino per cercare
di capire meglio ed allora li vedo, un grosso banco di Barracuda
(Spyraena viridensis), si staglia nuotando placido; non credo cesserò
mai di meravigliarmi dinanzi a simili spettacoli, ancora tiro giù
qualche accidente per la macchina fotografica inservibile, provo a
riprendere con la GoPro pur con i suoi limiti. Ed ancora torna quel
suono mi guardo intorno, riguardo il computer, non mi sembra la
classica musichetta di allarme di un computer da immersione.
L'immersione continua
ancora e sulla strada del ritorno alla catena vedo una Musdea (Phycis
phycis) in un anfratto e subito dopo alcune Corvine (Sciaena umbra),
di nuovo quel rumore, quel suono con una sua armonia... guardo ancora
il computer e mi guardo intorno, che sia in narcosi da azoto?
Siamo giunti sotto la
barca ormai, ho terminato la sosta di sicurezza e mi dirigo verso la
catena quando vedo una scena, che definire curiosa è poco.
Davide ha guidato un altro
gruppo, quindi l'ho visto poco in immersione, è lontano da me circa
una decina di metri, si sta agitando con intorno qualcosa di grosso e
nero.
Mi avvicino per capire,
non sono il solo, mi chiedo quale creatura abissale lo stia
attaccando, ok prima i suoni e poi questa scena, comincio ad avere
qualche dubbio sulle mie percezioni e sanità mentale.
Oh ragazzi! Davide ha
trovato un giaccone di lana nero e sta provando ad indossarlo
effettuando nel contempo una svestizione in acqua, da provetto sub
quale egli è, vi riesce con qualche benevolo aiuto e le le risate che
riecheggiano dentro gli erogatori degli astanti.
Ritornati in superficie e
saliti sul gommone, sta piovigginando, il moto ondoso è in crescita
e partiamo poco dopo. A bordo la soddisfazione è palpabile, è stata
sicuramente una bella immersione, Luca, la nostra guida mostra un
pezzo di lenza con grossi ami, il resto di un palamito, forse
illegale che ha rinvenuto tra le rocce.
Davide al timone, dice di
aver sentito come una specie di canto sott'acqua e che probabilmente
si trattava di qualche mammifero marino, ma nessuno dei nostri
sguardi nel blu ci hanno dato una risposta, beh almeno non sono
ammattito. Il fatto di non aver visto chi li ha emessi non è poi così strano, visto che in acqua i canti dei mammiferi marini possono viaggiare anche per diversi chilometri.
E' stata sicuramente una
bella immersione da ricordare, resa possibile dalle condizioni meteo
estremamente favorevoli e non frequenti, per quel particolare sito,
il modo migliore di festeggiare il 53esimo compleanno.
Sono tanti anni che vado in acqua, qualche cambiamento ogni tanto e qualche novità tengono viva la voglia e il grande piacere di continuare questa bellissima attività. Vorrei rendervi partecipi di una di queste mie esperienze.
Precisamente ad agosto del 2014 andai in ferie in Calabria e qualche mese prima di partire, mentre mi documentavo sui punti di immersioni e possibili soggetti particolari del luogo da fotografar,e mi imbattei in un curiosissimo e altrettanto bellissimo soggetto : il vermocane.
Non lo avevo mai visto prima, quando arrivai al diving parlando con lo staff gli chiesi se era consueto vederlo e fotografarlo e rimasi sorpreso dalla loro risposta: "ne troverai in quantità industriali di quei bastardi!!!"
Mi fu spiegato che da qualche anno oramai era sempre più presente e non avendo predatori si stava espandendo in modo veramente importante, mangiando e predando qualsiasi cosa egli si trovasse davanti.
Durante le mie vacanze effettivamente lo trovai molte volte e devo dire che è tanto pericoloso e urticante quanto bello.
Qualche anno dopo con mio grande stupore nel sud della Sardegna l'ho ritrovato durante un'immersione, si trattava di un esemplare molto grande, un solo soggetto, in una spaccatura a Punta karalis, isola di Serpentara. Era il preludio di quello che purtroppo questa estate sarebbe diventata la "nuova normalità". Durante ogni immersione di quest'anno almeno cinque, sei esemplari, dai più grandi e molto piccoli, trovati su spugne, sopra le gorgonie, ammassati su qualche sfortunato pesce.
Fotograficamente parlando é un soggetto molto fotogenico, si muove lentamente, ha dei colori accesi e caldi, le piume si prestano a macro di vero impatto, insomma un bel tipino!!! Adesso giro la parola a Fabrizio che sicuramente ci darà qualche nozione in più a livello biologico e storico.
Buona luce e buone bolle!!
Marco Moretti
Bene grazie Marco, riprendo appunto da i nostri discorsi a proposito fatti tempi addietro che mi indussero a cercare di sapere qualcosa di più su questa creatura particolare. Vermocane (Hermodice carunculata Pallas, 1766), sono in molti a considerarlo una sorta di flagello, come peraltro gli amici di Marco in Calabria lo avevano definito, ma questa fama sinistra è meritata?
A seconda dei luoghi viene chiamato con nomi diversi, verme cane, verme di fuoco o verme di mare, si tratta di un verme appartenente alla classe dei policheti, ne è documentata la residenza nelle acque del Mediterraneo fin dall'800', sebbene alcuni miti greci facciano risalire la sua presenza anche a prima di quel periodo. I vermocani sono animali leggendari dell'antica Grecia che avrebbero avuto due sembianze: la prima era un cane senza arti che strisciava, la seconda un insetto che abbaiava e viveva nell'inferno.
Il suo aspetto, come potete ben vedere dagli scatti di Marco e dai filmati che sono a piede di pagina è particolare, i colori caldi e sgargianti spesso sono sinonimo di un messaggio piuttosto chiaro in mare: "Lasciami perdere non sono buono da mangiare e con me ti fai male".
Non è precisamente una novità se pensiamo ai colori sgargianti dei nudibranchi (piuttosto velenosi da ingerire per qualsiasi pesce) o anche delle varie varietà di scorfani; tra i sub esiste una regola generale circa il comportamento in presenza di creture del genere e recita più o meno così, "Se è troppo bello o troppo brutto o non si allontana quando ti avvicini, non toccare e stanne alla larga", il caso del Vermocane è calzante. Il suo aspetto può variare dall’arancioal rosso scuro, dal violaal verde profondocon ciuffi di chete bianche ben visibili
La sua diffusione sta conoscendo in questo ultimo decennio una brusca accellerata, legata sopratutto al riscaldamento delle acque, conseguenza diretta del cambiamento climatico. Possiamo tranquillamente definirlo una specie termofila, in quanto ama le acque temperate/calde e visto che sotto i 19°C va in una sorta di stasi, rimanendo però pienamente vitale in attesa che le condizioni mutino in suo favore.
Da un punto di vista evolutivo questo piccolo demonio è un vincente, la sua dieta è fortemente adattiva, è un opportunista che è capace di nutrirsi di carogne e detriti organici, ma non ha nessun problema ad attaccare per nutrirsi, in caso di bisogno anche coralli, anemoni, ottocoralli, gorgonie, zoantidi, spugne, ricci e stelle di mare alla bisogna. Sembra che riesca a predare anche le oloturie, i molluschi e udite udite, i nudibranchi.
Pur essendo una specie altamente invasiva e impattatante sugli ecosistemi marini, non è però una specie aliena, nel Mediterraneo c'è sempre stato, ma con concetrazioni di individui assai minori e fortemente localizzate nella parte più meridionale del nostro mare.
Ha una sorta di schiera di setole chitinose attorno al corpo che hanno una duplice funzione offensiva/difensiva, possono spezzarsi e rimanere dentro chi ha avuto la sfortuna di toccarlo anche inavvertitamente. Il contatto genera una forte sensazione di bruciore, seguita spesso da una reazione infiammatoria e anche edema ad opera di una sostanza: la Complanina. Le tossine contenute nelle chete sono esse stesse un piccolo mistero: il meccanismo di trasporto delle tossine è ancora oggetto di studi, tanto che nel vermocane non è ancora chiara la natura chimica stessa della tossina che cagiona l'irritazione. Alcune scoperte recenti portano a dedurre che non si tratti di un unica sostanza, ma che questo nostro antipatico amichetto sia in grado di produrre una mistura di tossine appartenenti a 24 classi differenti.
Diffusione del Vermocane
Un dato preoccupante è anche l'aumento della taglia degli individui avvistati, se inizialmente la taglia media era stimata intorno ai 30 cm, oggi questo parametro è stato elevato a 50 cm, ma anche individui sino a 70 cm!
Il problema maggiore è che non ha nel Mediterraneo antagonisti naturali o predatori in grado di limitarne l'espansione, un possibile competitor come l'Exaplex trunculus che sostanzialmente tende a nutrirsi di animali morti o morenti e altri detriti organici, rischierebbe di divenire la sua cena.
Sembra che alcuni gamberi della varietà Stenopus siano in grado di attaccarlo e cibarsene, oppure una lumaca marina, la Hidatyna, ma solo per esemplari di piccola taglia, per il resto sappiamo di pesci ossei tipici dell’Atlantico, come Haemulon plumierii e Malacanthus plumieri, ma sono nell'Atlantico appunto. Ho inteso da alcuni articoli di tentativi di vere e proprie battute di caccia da parte di sub nei suoi confronti, ma attenti non pensate di tagliarlo in due, ogniuna delle due parti rigenererebbe quella mancante (individuabile perchè con un colore differente). Insomma una bella gatta da pelare. Le abitudini di questo verme sono passate ormai da spazzino opportunista di sostanze in decomposizione, mangime non consumato, animali deceduti o morenti e altri detriti, a vero e proprio predatore che si riunisce e moltiplica in colonie anche decine, centinaia di individui.
Mappa diffusione attuale del Vermocane nel Mediterraneo